WE MADE IT!!!

In primo piano

Ce l’abbiamo fatta! Il 17 agosto dopo avere percorso 14500Km, e avendo una delle due Panda che si stava letteralmente aprendo in due, siamo finalmente giunti alla meta finale del Mongol Rally 2012, la “Finish Line” in Ulaanbaatar, la capitale della Mongolia!

Purtroppo non siamo riusciti a tenere aggiornato il sito fino alla fine in quanto internet era veramente difficile da trovare, quando riuscivamo a trovare una connessione Wi-Fi di fortuna abbiamo cercato di tenere aggiornata la nostra pagina di facebook usando i cellulari. In attesa che sistemiamo il sito con alcuni articoli che abbiamo scritto durante il viaggio, potete andare a visitare la nostra pagina fb dove stiamo pian piano pubblicando tutte le foto del viaggio!

https://www.facebook.com/BergaMatti

Dal Fergana al Kirghizistan

Quella del 31 è stata un’intensa giornata di viaggio, come non ne facevamo da Volgograd. Dopo i saluti con il team Casanostra abbiamo lasciato Samarcanda diretti a Tashkent, con l’obiettivo di avvicinarci il più possibile ad Osh prima di sera. Nel primo pomeriggio abbiamo raggiunto la capitale dell’Uzbekistan, una città moderna e patinata che ricorda certe metropoli europee, con ampi viali alberati ed aiuole finemente curante negli spartitraffico. Ci fermiamo giusto il tempo per un kebab, dopodiché ci rimettiamo alla guida nel tentativo di districarci dalla complicata rete di circonvallazioni e tangenziali e trovare la giusta direzione per Osh.
Finalmente, verso le 16.00, raggiungiamo il checkpoint per l’accesso al Fergana range. Di fronte a noi si stende una strada che si snoda su per montagne brulle di terra rossiccia, dopo un breve controllo dei passaporti proseguiamo verso Qo’qol, inerpicandoci su per la vallata. Il cielo è limpidissimo ed azzurro, il vento caldo al punto giusto, ci fermiamo perfino a comprare un barattolo di miele da un ambulante. Passiamo un paio di gallerie presidiate da soldati armati. Hanno il caricatore inserito, l’elmetto in testa ed il dito sul grilletto: la valle Fergana è sede dell’unico movimento di opposizione al regime del presidente Karimov. Proprio in questa regione, ad Andjon, nel 2005, hanno avuto luogo disordini sfociati in una dura repressione da parte dell’esercito, costata centinaia di vittime.
Io, Manuel e Diego, proseguiamo nella discesa dal lato opposto del secondo tunnel, mentre Wolf e Palmi ci seguono sulla panda verde. Ad un certo punto ci rendiamo conto che la panda verde è sparita! Ci fermiamo a lato strada, convinti che Massimo e Palmi siano stati fermati ad un posto di blocco poco più indietro. Proviamo a chiamarli sul CB, senza ricevere risposta. Da questo momento inizia una sorta di grottesco inseguimento fra le montagne: noi, sulla panda blu, ci convinciamo che la verde abbia avuto un problema, forse qualcosa di grave, non possono essere rimasti tanto indietro. Continuiamo a chiamare con il CB, ma le onde radio rimbalzano sui brulli pendii nella luce rossastra del tramonto, restituendoci solo l’inquietante rumore delle scariche. Decidiamo di fare inversione, torniamo indietro di chilometri, passiamo l’ultimo posto di blocco ma non li troviamo. Proviamo a chiamare con i cellulari e con il satellitare, ormai è da più di mezz’ora che abbiamo perso contatto, ma il segnale qui è debole. Cominciamo a preoccuparci, mentre le ombre delle montagne si allungano beffarde sulla strada, contribuendo a rendere ancora più inquietante l’atmosfera di questi momenti. Passato il tunnel con i militari ci rendiamo conto che non possono essere più indietro di così, e decidiamo di fare nuovamente inversione. Continuiamo a scendere sperando che i nostri compagni ci abbiano sorpassato senza che ce ne rendessimo conto, fin quando raggiungiamo un punto aperto ed elevato. Qui finalmente riusciamo a ricevere qualcosa dal CB. Gli altri ci comunicano di essere stati bloccati per moltissimo tempo all’uscita del primo tunnel, probabilmente più di mezz’ora, e costretti a tornare all’ingresso: per questo non li abbiamo incontrati risalendo la vallata.
Continuiamo a scendere e ci fermiamo a circa 30km dalla città di Qo’qol, quando la panda verde ci raggiunge il sole è tramontato, ripartiamo alla luce del crepuscolo.
Continuiamo a guidare per decine di chilometri diretti verso il border Kirghizo, ad Osh, ma ormai si sta facendo tardi. La strada è poco illuminata e nasconde molte insidie che i fari supplementari delle nostre auto non riescono a svelarci in tempo: poco fuori Qo’qol la carreggiata di quella che sembrava un’autostrada asfaltata di fresco si riduce improvvisamente, e la corsia su cui sto viaggiando ad 80km/h si esaurisce in uno sterrato di polvere e sassi che investo in pieno, sollevando un’enorme nube di polvere bianca.
La situazione non sembra presentare vie d’uscita: siamo lontani dalle città e dagli hotel, è tardi, nell’oscurità non riusciamo a distinguere il paesaggio fuori dall’autostrada: campi coltivati, canneti, o boschi? Non sembra in ogni caso un buon posto per piantare le tende. Verso le 22.00 decido di accostare vicino a quella che in Italia potrebbe essere definita una trattoria, a Shaxrixon. Subito veniamo circondati da una piccola folla di ragazzi e adulti incuriositi dalla nostra presenza. Scopriamo che la «trattoria» in realtà è una sorta di locanda dove si può mangiare, bere tè, ed anche dormire. Decidiamo di fermarci per la notte, e veniamo accolti con grande entusiasmo dai locals. Veniamo portati in una stanza tutta per noi con un tavolo e divani, poi nella cucina (come non se ne vedono più, a legna con grandi pentoloni incassati nei buchi del forno in muratura) per scegliere il menù: ci viene offerta una scodella di zuppa con uova, cipolle e carne, ed un piatto con delle pastelle ripiene di carne, tè, coca cola, birra.

E’ interessante notare come i ruoli di genere vengano rigidamente rispettati: l’uomo che ci accoglie, Quodja, lungo e sorridente, fa gli onori di casa e trasmette i nostri ordini in cucina.
Mansura, una donna snella e bassa sulla cinquantina con indosso un abito giallo e blu, grembiule e fazzoletto sui capelli neri, ci mostra le pietanze,ci indica dove si trova la latrina e dove possiamo lavarci: non capisco una parola di quello che dice ma dai suoi modi rigidi e gentili al tempo stesso capisco che mi sta trattando con fare materno. La figlia più giovane, Urmatoj, dal viso rotondo illuminato da due splendidi occhi uzbeki, scuri ed allungati alle estremità, è piacevolissima nel suo abito bianco. Noto che le donne non s’intrattengono mai a parlare con noi in assenza di un uomo, nonostante tutto siamo nella regione più conservatrice dell’Uzbekistan.

Non facciamo in tempo a finire la cena che un gruppo di ragazzi, euforici per la nostra presenza, ci invita ad uscire per un giro in macchina con loro.Saliamo su una Lada con il logo dell’Audi appiccicato sopra la mascherina anteriore. L’auto è vecchia ma tirata a lustro e addobbata come la Lancia Delta di un vero borgataro, con tanto di interni in pelle rossa, leva del cambio illuminata, logo del Manchester United sul volante. Sultan e Bek ci vogliono portare al campetto per fare qualche tiro al pallone, peccato che abbiano incontrato gli unici cinque italiani in tutta l’asia centrale completamente negati nel calcio. Risaliamo quindi in auto e andiamo a berci una coca cola, seguita da una partita al biliardo. Naturalmente la serata è stata tutta offerta dai nostri nuovi amici uzbeki, non hanno voluto farci pagare nulla nonostante le nostre insistenze.

Dopo una dormita sul pavimento (su cui a onor del vero erano state stese delle coperte appositamente per noi) ed una magra colazione ripartiamo per Andjan, dove ci fermiamo in un ristoro locale aspettando che ci raggiungano i Quarter Life Crysis per attraversare insieme il confine. Nel mentre facciamo conoscenza con i locals.

Alle 11.00 raggiungiamo finalmente il confine con il kirghizistan, dove passiamo ben tre ore. Non per l’ingresso in Kirghizistan, no, per l’uscita dall’Uzbekistan. I poliziotti uzbeki sono eccessivamente pignoli sui controlli in uscita, fanno entrare solo due auto alla volta e controllano tutto, ma proprio tutto quello che abbiamo in auto. Quando finalmente approdiamo all’ingresso Kirghizo veniamo accolti da soldati burloni e festaioli che danno giusto un’occhiata ed un timbro ai nostri passaporti, ci chiedono un «present» ma non insistono quando diciamo di non avere nulla per loro. In compenso trovano la chitarra sul furgone degli americani, e via di serenate e foto di gruppo.

La sera precedente un ragazzo uzbeko ci aveva messo in guardia sui Kirghizi: secondo lui in Kirghizistan vige l’anarchia, e tutti quanti sarebbero drogati o criminali (mimando due dita sull’interno del gomito e una raffica di mitra). Evidentemente l’indottrinamento del presidente Karimov fa ancora presa su quei ragazzi… meglio che non sappiano troppo dello stile di vita dei cittadini liberi.
Ora ci aspetta la strada per Bishkek con un passo a 3600 metri di quota, giusto per ricordarci cosa ci siamo persi sul Pamir, e poi le acque calde del lago Issy Kol.

Daniele Formenti
Mercoledì 01/08/2012

Direzione Kirghizistan

Alla fine a causa degli scontri in Tajikistan abbiamo cancellato definitivamente il Pamir dalla nostra avventura. Le frontiere sono state chiuse dai militari e anche chi è riuscito qualche giorno fa ad entrare è stato inseguito dai militari per essere scortato al di fuori dello stato!

Non ci resta quindi che proseguire verso il kirghizistan!

Un GRAZIE DI CUORE a tutti quelli che ci supportano tramite i tanti sms che arrivano ogni giorno!!

Attraversando l’Uzbekistan…

A mezzogiorno del 28 ci siamo rimessi in strada, da Khiva, in direzione Beruni. Di lì siamo rientrati sull’autostrada che, attraversando tutto il qaraqalpakstan, porta verso la parte orientale dell’Uzbekistan, la più sviluppata. Ora il gruppo è composto dalle nostre due panda, il doblò del team Casanostra, il grosso pickup degli americani Quarter Life Crysis e la panda verde dei Belin Baatar. Due giorni prima, nel pieno del Kizilkum desert, di fronte ad una mappa spiegata sul cofano di una panda, un camionista russo ci aveva indicato un tratto di circa 100km fra Beruni e Bukhara accompagnando un’espressione inequivocabile: «Katastrofa».

Andando avanti tale descrizione diventa drammaticamente reale. Il fondo di questo tratto di strada dev’essere vecchio di decenni, e realizzato con tecniche già desuete per l’epoca. Pian piano le buche aumentano, il colore dell’asfalto scompare, ma il fondo polveroso rimane sempre duro. E’ un massacro sia per le auto che per i loro occupanti, si procede a venti, anche dieci chilometri orari, per ore. Ad un certo punto alla «strada» se ne affianca un’altra in costruzione, realizzata con metodi decisamente più moderni, di cui già era pronto il fondo in cemento armato liscio come un biliardo. Nel tentativo di salirvi il Doblò rimane bloccato nella sabbia, ma per fortuna ci sono molte braccia a disposizione, e la forza bruta ha la meglio sul cumulo sabbioso. 100km da percorrere a 15/20 km orari sono tanti, ma a fine giornata riusciamo a portare a termine la tratta «katastrofa». Corriamo veloci su un nuovo spezzone di autostrada asfaltato di fresco, in direzione Bukhara, ma il sole sta tramontando e alla città mancano più di 200km. Decidiamo di fermarci nuovamente nel deserto, che qui è fatto di una fine sabbia gialla. Mentre mangiamo e facciamo quattro chiacchiere nell’oscurità,alcuni abitanti del deserto vengono a farci visita, tra cui uno stercoraro grande come un bicchiere da whiskey ed un ragno ancora più grosso, che cerca di arrampicarsi sulla gamba di Will.

L’indomani partiamo il mattino presto per Bukhara, che raggiungiamo prima di mezzogiorno, prima di entrare in città però ci fermiamo per un service da un meccanico nella zona del bazar. Il paramotore della panda blu ha bisogno di una radrizzata in quanto uno dei tubi del telaio si è piegato e tocca sul collettore di scarico, producendo un rumore malsano ad ogni movimento del motore. Inoltre siamo circa a metà del viaggio, per cui facciamo un rapido tagliando con cambio olio motore e filtro. Il Doblò invece ha un problema un tantino più grave: una delle viti che reggono la maggiolina sul tetto (un sarcofago apribile che contiene un letto per due persone) ha strappato il filetto, tradotto, i Casanostra rischiavano di vedersi scivolare il letto giù dal portellone posteriore. Noi avremmo anche bisogno di un nuovo pneumatico da montare, ma l’unico rivenditore della piazza ci propone una gomma 155/65R13 a ben 75$, per altro la negoziante non vuol nemmeno sentir parlare di trattative! Inutile dire che rifiutiamo, se ne riparlerà a Samarcanda.

Tutte queste operazioni impiegano qualche ora, i Belin Baatar e gli amici americani decidono di proseguire per Samarcanda (che dista meno di 300km), ma quando noi abbiamo finito sono quasi le 15.00, la Lonely Planet consiglia una visita a Bukhara, e noi decidiamo di fermarci per una notte.

La contrattazione per una stanza in hotel con colazione nella città vecchia impiega quasi un’ora, ma tutto sommato è divertente. Appena ci avviciniamo al centro veniamo circondati da gruppi di bambini che ci chiedono monete in euro per collezionarle, mentre gli adulti spingono per portarci all’hotel di parenti e amici. Alla fine prendiamo accordi per tre stanze con colazione in una casa con cortile a due passi dalla Lyabi-Hauz, una bellissima piazza costruita intorno ad una vasca di fronte ad una medressa del XVII secolo, circondata da gelsi secolari. Intorno alla piazza vi sono negozi di souvenir e coltellinai che forgiano le loro lame nelle fucine dietro la bottega, bambini che gestiscono banchetti di gelati o bibite. Dato che sono le 17.00, e considerato che siamo dei signori, ci infiliamo in una sala da tè accanto alla moschea di Magoki Attar. L’atmosfera rilassante, il tè al cardamomo e al saffron, i dolci, i tappeti alle pareti, ci fanno perdere la cognizione del tempo, e quando ci alziamo è passata più di un’ora. Mirko ci trascina verso l’Ark, nonostante la propensione sia più che altro quella di incamminarci verso un ristorante. L’Ark è una delle costruzioni più antiche di Bukhara, circondata da mura fortificate; dalla cima, completamente ricoperta di rovine, si gode una vista magnifica della città, delle medressa con le cupole turchese, e dei minareti.

Consumiamo la cena seduti fuori da un piccolo ristorante ricavato in un’antica costruzione circolare, serviti da un’allegra ragazza dai capelli scuri, e gli occhi chiari. Zuppa, Shashlik di manzo cotti alla brace, yogurt acido, birra locale. Come al solito si chiacchiera del più e del meno. Fra due giorni i Bergamatti si separeranno dai Casanostra, che non hanno il visto per il Kirgizistan. Difatti, vista l’impossibilità di accedere al Pamir, abbiamo deciso di proseguire verso la Fergana Valley in direzione di Osh, in Kirgizistan, inoltrarci sul Tien Shan centrale e passare almeno una giornata sulle rive del lago Issy-Kol. Al rientro in albergo mi tocca risolvere un piccolo diverbio con una famiglia di scarafaggi che aveva preso casa sotto i miei sandali.

Il mattino seguente, dopo una discreta colazione a base di proteine animali e tè (bleah), torniamo sulla strada per Samarcanda. Le notizie che ci giungono dagli amici che ci hanno preceduto sono confortanti: sono circa 300km che si fanno in poco più di tre ore, l’asfalto è buono. Nel primo pomeriggio raggiungiamo la mitica Samarcanda e ci infiliamo in un hotel nella città vecchia, tutta vicoli e cortili. Io e Wolf ci facciamo accompagnare dal proprietario al bazar, in cerca di una nuova gomma ad un buon prezzo. Imparo a tirare sul prezzo e per l’equivalente di 40$ porto a casa un pneumatico nuovo, montato sul nostro cerchio. Ho imparato anche il rituale dello scambio di denaro, suggellato da una calorosa stretta a due mani fra acquirente e compratore, durante la quale avviene il passaggio di banconote.

Finito il lavoro raggiungiamo a piedi gli altri nella zona del Registan. L’ingresso sarebbe a pagamento, ma noi due scavalchiamo ingenuamente un muretto (non troppo stabile a dir la verità) e siamo con i nostri amici. Il Registan è una grande piazza su cui si affacciano tre maestose medressa, delle quali la più antica e suggestiva è senz’altro quella di Ulugh Bek,sul lato occidentale. La medressa di fronte è ornata, sopra la porta, dalle raffigurazioni di due grandi tigri, uno dei rarissimi casi in tutto il mondo islamico di rappresentazione di esseri viventi. Purtroppo l’intero complesso venne quasi completamente distrutto da un terremoto negli anni ’20 del secolo scorso, e ricostruito dai sovietici negli anni ’60 e ’70, di conseguenza l’impressione generale è quella di trovarsi di fronte a qualcosa di «finto», di non completamente genuino, nonostante la maestosità degli edifici e la purezza delle linee architettoniche e delle decorazioni. Consumiamo l’ultima cena in compagnia dei Casanostra e ci ritiriamo in hotel per una doccia ed un paio di birre, non è tardi, ma in Uzbekistan tutti i locali chiudono alle 23.00.

Il mattino del 31 inizia ottimamente: la colazione in terrazza è da oscar, su di un tavolo circondato da cuscini e tappeti ci vengono serviti tè, pane e burro,omelette alle verdure, yogurt, marmellata di mirtilli, un ottimo dolce alle noci fatto in casa. Ci fanno compagnia una trentina di vespe attirate dallo zucchero che creano un qualche problema a Manuel che ha sempre paura di esser punto, nonostante le rassicurazioni mie e di Wolf in senso contrario.

E’ il momento dei saluti con Ste, Marcellino, Mirko, ci lasciamo con la promessa di rivederci fra cinque giorni ad Almaty, in Kazakistan.

Quindi eccoci di nuovo in strada, le nostre due panda, diretti verso Tashkent. Contiamo di essere ad Osh domani in mattinata.

Daniele Formenti, 31/07/2012

Dal Kazakistan a Khiva

Il 23/07 è passato viaggiando senza particolari problemi fin oltre la città di Atyrau, in piena depressione, più di 20 metri sotto il livello del mare. Il paesaggio è sempre più piatto e secco, le strade sempre più polverose. Di fianco alla strada sorge, di tanto in tanto in tanto, un cimitero di tombe a pianta rettangolare, in mattoni di pietra gialla, sormontate da una piccola mezzaluna dorata o da una cupola.
Spesso s’incontrano cammelli, capre e cavalli, mentre la vegetazione sfittisce lasciando il posto a chiazze di arbusti rinsecchiti. Atyrau è un disordinato centro urbano che pare la periferia del mondo, stretto nella morsa di un caldo micidiale. Le auto non sono poi molte, ma la guida dei kazaki garantisce comunque un buon livello di rischio nel traffico cittadino. Il team Casanostra è sempre con noi, decidiamo insieme di accamparci fuori dalla strada principale a meno di 20km da Kulsary, troviamo un buon posto vicino alla casa di una famiglia di pastori. Stavolta non ci sono insetti e umidità a tormentarci, soltanto il deserto con i suoi fruscii, il suo rapido tramonto e, naturalmente, le stelle. La mattina del 24 inizia piuttosto allegramente, peccato che questa giornata ci riserverà qualche momento spiacevole. Dopo avere regalato una scatola di pennarelli ai figli dei pastori nostri vicini, ripartiamo in direzione kulsary, con l’intenzione di raggiungere prima Beyneu, 200km più a sud, ed il border Uzbeko in giornata. Mancano poco più di 250km, e la strada pare molto buona rispetto a quella che abbiamo trovato il giorno precedete. La sera prima avevamo contattato Mauro Battaglia del Team Bergamo Mongolia, che già si trovava a Moynaq, via satellitare, e lui ci aveva messo in guardia riguardo la frontiera uzbeka: fra attese, controlli ed il resto, loro hanno passato otto ore in dogana. Consideriamo vitale quindi raggiungere il confine a metà giornata, così da poterlo oltrepassare prima dell’indomani, a costo di passare durante la notte.

A Kulsary però abbiamo un dubbio sulla strada, dopo aver fatto rifornimento ai veicoli chiediamo un’informazione ad un anziano in bicicletta. Qui la gente è piuttosto vaga nel dare informazioni, è difficile interpretare i generici gesti delle loro mani. Il vecchio tuttavia appare convincente, sicché ci muoviamo in direzione di alcuni campi petroliferi. La strada corre accanto alla ferrovia per una ventina di chilometri, ma poi prende ad allontanarsi, fino a farci perdere ogni punto di riferimento. Dobbiamo percorrerne altri 40 prima di trovarci ad un bivio inaspettato e renderci conto di avere sbagliato strada. Siamo nel pieno del deserto, che nel frattempo è diventato sabbioso, abbiamo poca acqua e dovremo percorrere altri 8okm prima di tonare sulla strada per Beyneu. Dopo 40km di strada discretamente buona, inizia un’autentica odissea. E’ l’asfalto peggiore che incontriamo dall’inizio del viaggio, e probabilmente lo rimarrà a lungo. Buche enormi, fondo sconnesso, avvallamenti, fosse di sabbia, In certi tratti dobbiamo letteralmente fermarci, ripartire in prima e scavalcare enormi voragini. I motori si scaldano,il morale decresce, la sete avanza. Distese di sale e pozze asciutte a lato strada, nemmeno i cammelli osano avventurarsi fin qui. Di tanto in tanto, accanto alla strada, ci sono le ossa bianche di qualche animale sventurato. Nei momenti di difficoltà non c’è nulla di più facile che antropizzare gli elementi ostili, giusto per avere qualcuno o qualcosa da maledire, e mai come in questo momento ci pare che il deserto voglia burlarsi di noi, con i suoi crudeli miraggi. Usciamo da questo inferno poco dopo mezzogiorno in una cittadina di cui mi sfugge il nome, ci fiondiamo al primo market e ci abbeveriamo, letteralmente, come bestie assetate. Questo errore ci è costato caro: la panda verde, quella più carica sul posteriore, ha un cerchio storto, mentre l’altra ruota posteriore ondeggia paurosamente. Di lì a poco scoppia lasciando un segno nell’asfalto liquefatto al calore.

Niente Uzbekistan per oggi, tocca di nuovo di accamparsi nel deserto, a 20km dal confine, accanto ad una strada battuta dai camion.

Finalmente il mattino seguente raggiungiamo la frontiera, l’uscita dal Kazakistan è rapida e senza problemi, e nemmeno l’ingresso in Uzbekistan presenta grosse difficoltà. Qui facciamo la sonoscenza di un team composto da due americani della Virginia che viaggiano su un mezzo tipicamente americano: un pickup 4×4 2500cc. Da qui in avanti anche loro ci accompagneranno nel viaggio attraverso l’Uzbekistan.

Il giorno seguente, 26 luglio, dopo esserci nuovamente accampati nel deserto, ci dividiamo dagli altri team per andare in cerca di un’officina lungo la strada per Kungrad. Dopo aver risolto i problemi che affliggevano i paramotore delle nostre auto, soggetti a fin troppe sollecitazioni negli ultimi giorni, ci riuniamo con gli altri in direzione di Moynaq.
Moynaq era, fino agli anni ’60 del secolo scorso, una delle principali località balneari del lago di Aral, nonché uno dei più importanti centri del mercato ittico e della lavorazione del pesce.
Il prosciugamento del lago ne ha fatto un luogo inospitale e sinistro. Vi arriviamo attraversando le zone rese fertili e rigogliosi dalla canalizzazione degli immissari dell’Aral, e troviamo un luogo desolato, battuto dal vento e reso aspro dalle tempeste di sabbia. Due ragazzi ci guidano al luogo dove si possono vedere le barche, lo spettacolo è veramente assurdo: nel pieno del deserto, stiamo camminando sul fondo del mare. Queste grandi navi da pesca arrugginiscono sulla sabbia, a terra ci sono conchiglie, tracce di vita scomparsa decenni fa. L’aria è resa irrespirabile dalla polvere che il vento porta ovunque fino ad oscurare il cielo, dando alla luce un’apocalittica colorazione rossiccia.

Da Moynaq ci muoviamo quindi verso Nukus intenzionati a passare la notte in un hotel, dopo giorni e giorni di tenda.
Quì ci raggiungono notizie sconfortanti sul Pamir: vi sono stati scontri violenti fra l’esercito ed un gruppo di guerriglieri in seguito ad una serie di imboscate in cui è rimasto ucciso uno dei capi dell’intelligence, venti di guerra soffiano sul Gorno Badakshan. Decido di chiamare l’ambasciata italiana a Tashkent per chiarimenti. Mi risponde un uomo molto franco e gentilissimo, Luigi Saullo, che mi sconsiglia vivamente di avvicinarmi alla regione autonoma del GBAO: nemmeno loro riescono ad avere informazioni precise, ma pare che i 40 morti di cui parlano le agenzie siano in realtà una piccola parte delle vittime dei disordini.
Purtroppo pare che ci siamo giocati non solo il Pamir, ma anche il resto del Tajikistan: alcuni dei valichi più importanti sono chiusi, e non c’è modo di sapere se gli altri saranno aperti nei prossimi giorni. Questo ci porta a riconsiderare un po’ tutti i nostri programmi.
Ripartiamo da Nukus che è quasi mezzogiorno, ed in meno di tre ore siamo a Khiva, leggendaria città sulla via della seta.

La Lonely Planet dice che la città è talmente ben conservata da attirare critiche sulla genuinità del complesso socio-urbanistico, fesserie da hipster insoddisfatti.
Entrare nelle mura della Ichon-Qala nel sole del pomeriggio sarà sicuramente ricordato come uno dei momenti più emozionanti di questo grande viaggio. Abbiamo trovato stanze per tutti alla Meros Guesthouse a meno di 10$ a testa, e nella luce del tramonto siamo usciti per visitare l’antico centro della città dei mercati e delle carovane di schiavi, scattando foto favolose alle mura rivolte ad occidente.

Venire a Khiva è stata una scelta veramente azzeccata, nonostante si trovi circa 60km al di fuori del nostro itinerario. L’aria di mito e di leggenda che permea questo luogo, i bambini che giocano in strada, le luci, il buon cibo (e l’abbondanza di acqua) ci hanno rinfrancato e rigenerato quanto basta per affrontare le prossime tappe. Oggi ci dirigeremo verso Bukhara, e da lì, a Samarcanda!

Daniele Formenti – 28/07/2012

Kazakistan, Uzbekistan, Moynaq e Khiva.

Il 23/07 è passato viaggiando senza particolari problemi fin oltre la città di Atyrau, in piena depressione, più di 20 metri sotto il livello del mare. Il paesaggio è sempre più piatto e secco, le strade sempre più polverose. Di fianco alla strada sorge, di tanto in tanto in tanto, un cimitero di tombe a pianta rettangolare, in mattoni di pietra gialla, sormontate da una piccola mezzaluna dorata o da una cupola.
Spesso s’incontrano cammelli, capre e cavalli, mentre la vegetazione sfittisce lasciando il posto a chiazze di arbusti rinsecchiti. Atyrau è un disordinato centro urbano che pare la periferia del mondo, stretto nella morsa di un caldo micidiale. Le auto non sono poi molte, ma la guida dei kazaki garantisce comunque un buon livello di rischio nel traffico cittadino. Il team Casanostra è sempre con noi, decidiamo insieme di accamparci fuori dalla strada principale a meno di 20km da Kulsary, troviamo un buon posto vicino alla casa di una famiglia di pastori. Stavolta non ci sono insetti e umidità a tormentarci, soltanto il deserto con i suoi fruscii, il suo rapido tramonto e, naturalmente, le stelle.

La mattina del 24 inizia piuttosto allegramente, peccato che questa giornata ci riserverà qualche momento spiacevole. Dopo avere regalato una scatola di pennarelli ai figli dei pastori nostri vicini, ripartiamo in direzione kulsary, con l’intenzione di raggiungere prima Beyneu, 200km più a sud, ed il border Uzbeko in giornata. Mancano poco più di 250km, e la strada pare molto buona rispetto a quella che abbiamo trovato il giorno precedete. La sera prima avevamo contattato Mauro Battaglia del Team Bergamo Mongolia, che già si trovava a Moynaq, via satellitare, e lui ci aveva messo in guardia riguardo la frontiera uzbeka: fra attese, controlli ed il resto, loro hanno passato otto ore in dogana. Consideriamo vitale quindi raggiungere il confine a metà giornata, così da poterlo oltrepassare prima dell’indomani, a costo di passare durante la notte.
A Kulsary però abbiamo un dubbio sulla strada, dopo aver fatto rifornimento ai veicoli chiediamo un’informazione ad un anziano in bicicletta. Qui la gente è piuttosto vaga nel dare informazioni, è difficile interpretare i generici gesti delle loro mani. Il vecchio tuttavia appare convincente, sicché ci muoviamo in direzione di alcuni campi petroliferi. La strada corre accanto alla ferrovia per una ventina di chilometri, ma poi prende ad allontanarsi, fino a farci perdere ogni punto di riferimento. Dobbiamo percorrerne altri 40 prima di trovarci ad un bivio inaspettato e renderci conto di avere sbagliato strada. Siamo nel pieno del deserto, che nel frattempo è diventato sabbioso, abbiamo poca acqua e dovremo percorrere altri 8okm prima di tonare sulla strada per Beyneu. Dopo 40km di strada discretamente buona, inizia un’autentica odissea. E’ l’asfalto peggiore che incontriamo dall’inizio del viaggio, e probabilmente lo rimarrà a lungo. Buche enormi, fondo sconnesso, avvallamenti, fosse di sabbia, In certi tratti dobbiamo letteralmente fermarci, ripartire in prima e scavalcare enormi voragini. I motori si scaldano,il morale decresce, la sete avanza. Distese di sale e pozze asciutte a lato strada, nemmeno i cammelli osano avventurarsi fin qui. Di tanto in tanto, accanto alla strada, ci sono le ossa bianche di qualche animale sventurato. Nei momenti di difficoltà non c’è nulla di più facile che antropizzare gli elementi ostili, giusto per avere qualcuno o qualcosa da maledire, e mai come in questo momento ci pare che il deserto voglia burlarsi di noi, con i suoi crudeli miraggi. Usciamo da questo inferno poco dopo mezzogiorno in una cittadina di cui mi sfugge il nome, ci fiondiamo al primo market e ci abbeveriamo, letteralmente, come bestie assetate. Questo errore ci è costato caro: la panda verde, quella più carica sul posteriore, ha un cerchio storto, mentre l’altra ruota posteriore ondeggia paurosamente. Di lì a poco scoppia lasciando un segno nell’asfalto liquefatto al calore.
Niente Uzbekistan per oggi, tocca di nuovo di accamparsi nel deserto, a 20km dal confine, accanto ad una strada battuta dai camion.
Finalmente il mattino seguente raggiungiamo la frontiera, l’uscita dal Kazakistan è rapida e senza problemi, e nemmeno l’ingresso in Uzbekistan presenta grosse difficoltà. Qui facciamo la sonoscenza di un team composto da due americani della Virginia che viaggiano su un mezzo tipicamente americano: un pickup 4×4 2500cc. Da qui in avanti anche loro ci accompagneranno nel viaggio attraverso l’Uzbekistan.
Il giorno seguente, 26 luglio, dopo esserci nuovamente accampati nel deserto, ci dividiamo dagli altri team per andare in cerca di un’officina lungo la strada per Kungrad. Dopo aver risolto i problemi che affliggevano i paramotore delle nostre auto, soggetti a fin troppe sollecitazioni negli ultimi giorni, ci riuniamo con gli altri in direzione di Moynaq.
Moynaq era, fino agli anni ’60 del secolo scorso, una delle principali località balneari del lago di Aral, nonché uno dei più importanti centri del mercato ittico e della lavorazione del pesce.
Il prosciugamento del lago ne ha fatto un luogo inospitale e sinistro. Vi arriviamo attraversando le zone rese fertili e rigogliosi dalla canalizzazione degli immissari dell’Aral, e troviamo un luogo desolato, battuto dal vento e reso aspro dalle tempeste di sabbia. Due ragazzi ci guidano al luogo dove si possono vedere le barche, lo spettacolo è veramente assurdo: nel pieno del deserto, stiamo camminando sul fondo del mare. Queste grandi navi da pesca arrugginiscono sulla sabbia, a terra ci sono conchiglie, tracce di vita scomparsa decenni fa. L’aria è resa irrespirabile dalla polvere che il vento porta ovunque fino ad oscurare il cielo, dando alla luce un’apocalittica colorazione rossiccia.


Da Moynaq ci muoviamo quindi verso Nukus intenzionati a passare la notte in un hotel, dopo giorni e giorni di tenda.
Quì ci raggiungono notizie sconfortanti sul Pamir: vi sono stati scontri violenti fra l’esercito ed un gruppo di guerriglieri in seguito ad una serie di imboscate in cui è rimasto ucciso uno dei capi dell’intelligence, venti di guerra soffiano sul Gorno Badakshan. Decido di chiamare l’ambasciata italiana a Tashkent per chiarimenti. Mi risponde un uomo molto franco e gentilissimo, Luigi Saullo, che mi sconsiglia vivamente di avvicinarmi alla regione autonoma del GBAO: nemmeno loro riescono ad avere informazioni precise, ma pare che i 40 morti di cui parlano le agenzie siano in realtà una piccola parte delle vittime dei disordini.
Purtroppo pare che ci siamo giocati non solo il Pamir, ma anche il resto del Tajikistan: alcuni dei valichi più importanti sono chiusi, e non c’è modo di sapere se gli altri saranno aperti nei prossimi giorni. Questo ci porta a riconsiderare un po’ tutti i nostri programmi.
Ripartiamo da Nukus che è quasi mezzogiorno, ed in meno di tre ore siamo a Khiva, leggendaria città sulla via della seta.
La Lonely Planet dice che la città è talmente ben conservata da attirare critiche sulla genuinità del complesso socio-urbanistico, fesserie da hipster insoddisfatti.
Entrare nelle mura della Ichon-Qala nel sole del pomeriggio sarà sicuramente ricordato come uno dei momenti più emozionanti di questo grande viaggio. Abbiamo trovato stanze per tutti alla Meros Guesthouse a meno di 10$ a testa, e nella luce del tramonto siamo usciti per visitare l’antico centro della città dei mercati e delle carovane di schiavi, scattando foto favolose alle mura rivolte ad occidente.


Venire a Khiva è stata una scelta veramente azzeccata, nonostante si trovi circa 60km al di fuori del nostro itinerario. L’aria di mito e di leggenda che permea questo luogo, i bambini che giocano in strada, le luci, il buon cibo (e l’abbondanza di acqua) ci hanno rinfrancato e rigenerato quanto basta per affrontare le prossime tappe. Oggi ci dirigeremo verso Bukhara, e da lì, a Samarcanda!
Daniele Formenti – 28/07/2012

Aggiornamento flash dall`Uzbekistan

Siamo ora a Nukus in Uzbekistan, stiamo incontrando un po` di difficolta a trovare una connessione a internet, e anche qui da dove siamo connessi funziona poco e molti siti sono bloccati. Probabilmente il regime ci sta controllando! aahahha

Negli ultimi giorni da quando siamo ripartiti da Volgograd, abbiamo attraversato il Kazakistan per raggiungere l`Uzbekistan 2 giorni fa. Ieri siamo andati a Moinaq a vedere quello che resta del piu` grande disastro ambientale provocato dall`uomo, il prosciugamento del mare di Aral! Non possiamo pubblicare foto in quanto la qualita` della connessione e` veramente bassa ed e` gia` difficile riuscire a scrivere queste parole. Il paesaggio che abbiamo trovato e` quanto di piu` surreale abbiamo mai visto sulla faccia della terra! Tragicamente spettacolare…

Da programma dovevamo ora dirigerci verso Sammarcanda per poi proseguire sulla Pamir Highway, ma ci arrivano brutte notizie dal Tajikistan. Proprio nella zona del Pamir pare sia in corso una sorta di guerra civile tra i ribelli locali e la milizia ufficiale, a seguito dell’assassinio del capo della sicurezza della regione, atto di cui è accusato proprio uno dei capi dei ribelli. Abbiamo chiamato l`ambasciata italiana qui in Uzbekistan per avere notizie e ci hanno vivamente sconsigliato di attraversare la zona. Un team americano in viaggio con noi ha reperito notizie secondo cui i russi stiano scendendo in campo per “pacificare“ l`area.

Ora in attesa di prendere una decisione sulla strada da seguire, ci stiamo dirigendo verso Kiva insieme ad altri due team, gli italiani Team Casanostra e gli americani Quarter Life Crysis.

Spero a presto di potervi fornire nuove news!

Da Volgograd al Kazakistan

Ci siamo lasciati a Volgograd poco prima dell’inizio del nostro tour della città. A dire il vero Volgograd non riserva grandissime attrazioni a chi vi si trovi per turismo, ciò che la rende affascinante è senza dubbio la memoria della grande e sofferta battaglia che qui, nel 1942, decise le sorti della seconda guerra mondiale e che probabilmente ha determinato anche il corso della storia per i secoli a venire.

La mattina di sabato 21 l’abbiamo passata occupandoci della riparazione della frizione della panda verde e del riordino del nostro equipaggiamento, il pomeriggio l’abbiamo dedicato alla visita del panoramik, il museo che conserva memorie varie e pezzi originali dell’epoca della guerra (compresi mezzi di vario tipo perfettamente conservati), costruito esattamente accanto all’unico edificio rimasto inespugnato dai tedeschi durante l’intera durata del conflitto, per poi passare al complesso monumentale di Mamaja Kurgan, una collina sovrastata dalla gigantesca statua della Madre Russia che, con i suoi 52 metri di altezza ha mantenuto a lungo il record di statua più alta del mondo. Tanto il museo quanto Mamaja Kurgan sono immersi i un’atmosfera irreale pregna di devozione e rispetto, sentimenti che oggi, scevri dal fanatismo dell’epoca sovietica, non fanno che rendere onore a chi ha il compito di preservare la memoria di quei terribili eventi.

Un altro elemento caratteristico della città, retaggio dell’epoca sovietica, è sicuramente la metropolitana. Potrebbe quasi essere considerata un museo a cielo aperto, tanto è rappresentativa della pianificazione sociale ed urbanistica comunista. All’ingresso si trova la biglietteria, che nonostante la scarsità di passeggeri impiega ben due bigliettaie. Poi ci sono i tornelli, con le obliteratrici (umane), in fondo alle scale (ricoperte di granito) si trova la banchina, ornata alle pareti con statue e fregi evocativi. Sentiamo un rumore sferragliante provenire dal tunnel, Diego si accosta al bordo per fare una foto al treno in arrivo, noialtri siamo abituati ai lunghi convogli delle metropolitane europee, qui però arriva solo una carrozza dal design piuttosto retrò, che ci sorpassa infischiandosene di noialtri e si ferma in fondo alla stazione, costringendoci a correre come dei fessi sotto lo sguardo severo di un basaltico Lenin. La sera riusciamo finalmente ad incontrare i ragazzi del Team Casa Nostra di Guastalla, con i quali consumiamo una cena ottima (ma un tantino magra per i nostri stomaci) su di un battello alla fonda sul Volga, beviamo un paio di birre e prendiamo accordi per le prossime tappe de viaggio. Decidiamo di partire insieme il giorno seguente, alla volta del Kazakhistan.

Domenica mattina lasciamo quindi la città dirigendoci verso sud, sulla strada che, costeggiando il Volga, porta ad Astrakhan. Il paesaggio è mutato in poco tempo, dando ragione a chi indica in quest’area la sfuggente frontiera fra Europa ed Asia.

Non più campi coltivati, collinette ed avvallamenti, né boschetti a lato strada, ma soltanto steppa incolta e desolata, terra rossa e orizzonti soleggiati.Percorriamo centinaia di chilometri senza incontrare altro che poche case e qualche stazione di servizio. Sorpassata Astrakhan, ed il delta del Volga, siamo quasi in Kazakistan. Ci tocca perfino attraversare un ponte, lungo più di duecento metri, letteralmente sospeso sul pelo dell’acqua… L’ingresso in Kazakistan è rapido ed indolore, ah, e giusto per la cronaca, il documento che siamo dovuti tornare a prendere al confine con l’Ucraina due giorni prima si è rivelato perfettamente inutile.

Con il Team Casa Nostra c’è un buon affiatamento, decidiamo di piantare le tende insieme poco al di là del valico, avremo ancora molta strada da fare in loro compagnia. Ormai è sera, si sta facendo buio, e la necessità di trovare un buon posto per accamparsi inizia a diventare una preoccupazione. Il problema è che qui siamo in piena depressione caspica,non lontano dall’ampio delta del Volga, la strada corre un metro circa al di sopra di una distesa paludosa. Nel buio non vediamo altro che acquitrini e canne, infine troviamo una strada sterrata che svolta a sinistra, naturalmente è terribilmente sconnessa, la seguiamo per poche decine di metri e decidiamo di accamparci su uno spiazzo erboso vicino ad una pozza. La decisione, almeno all’inizio, appare catastrofica. Le nostre auto, le torce, noi stessi, ogni fonte di luce, viene letteralmente avvolta da sciami di insetti di ogni genere. Non mordono, evidentemente vogliono prima verificare se siamo o meno un buon pasto. La confusione dura poco, è sufficiente spegnere le luci e lavorare alla luce delle stelle: sopra le nostre teste la via lattea getta un bagliore biancastro, talmente intenso da proiettare ombre in questa notte senza luna. Mentre Diego, Manuel e Massimo montano le tende, io e Palmi ci diamo da fare per preparare la cena, Ste Zar tira fuori dal Doblò una bottiglia di vino che dividiamo, con la promessa di stappare il giorno seguente una delle bottiglie di prosecco regalateci dal buon Clod prima della partenza. La cena è a base di spaghetti al pesto, e qualche insetto ok, con le zanzare che sono venute a farci visita e la cadenza emiliana i Marcellino, le risate e tutto il resto, sembra quasi di trovarsi dalle parti di Novellara o di Reggiolo, e non ad oltre 5000km da casa.

La colazione, il mattino seguente, è accompagnata dalla comparsa delle rane, che si intrattengono con noi fino alla partenza. Finalmente ci congediamo da questa palude e ci dirigiamo verso una delle zone più aride del pianeta, la città di Atyrau è a più di 200km ad est, la strada è malandata, compaiono i primi cammelli, l’aria calda e secca fa venire una gran sete, la steppa è rinsecchita e polverosa. Ci risentiamo alla fine di questo deserto!

Daniele Formenti – Lunedì 23/07/2012

Primo guasto… Risolto!

Negli ultimi giorni le strade Ucraine hanno messo le machine a dura prova, per non parlare delle grandi distanze coperte in soli tre giorni, poco più di 4000Km! Dopo le voragini ucraine le auto hanno iniziato ad emettere allarmanti scricchiolii e ieri negli ultimi km la frizione della Panda verde ha iniziato a dare un po di problemi! Inizialmente strani rumori provenire dal vano motore, poi ingranare le marce si è fatto sempre più difficile. L’unica soluzione per continuare il viaggio era trovare un meccanico per una riparazione al volo qui a Volgograd. La frizione di scorta la avevamo ma bisognava essere sicuri del problema.

Abbiamo raggiunto Volgograd con gravi problemi, ora non restava che trovare un meccanico. Ma trovare gente che parla un minimo di inglese è un impresa da queste parti… figuriamoci un meccanico! Fortunatamente, come già avevamo avuto occasione di notare in altre situazioni, la gente russa al contrario di quel che ci aspettavamo, si è rivelata estremamente cordiale e disponibile! una cosa a cui in Italia non siamo certo abituati!

Arrivati in hotel abbiamo subito chiesto informazioni su meccanici in zona per effettuare subito le riparazioni nella mattina successiva e Stas l’addetto della reception è stato subito disponibilissimo, la mattina dopo ci ha personalmente accompagnato da un meccanico non appena finito il suo turno e si è fatto in quattro per aiutarci a risolvere il problema!

Alla fine si erano guastate le molle sul disco della frizione, una di questa si era rotta e un pezzo circolava allegramente all’interno della frizione stessa bloccando a volte il meccanismo, altre invece risultavano gravemente danneggiate. Arrivati in officina i meccanici Armeni si sono subito fiondati sulla macchina e in meno di un ora il il cambio era già smontato e il problema individuato, durante i lavori ci siamo intrattenuti con loro offrendo loro un caffè italiano e alla fine loro ci hanno donato una sacco di pane armeno   fresco fatto in casa! Gente squisita, e in meno di 5 ore il lavoro è stato fatto e la Panda è tornata a mordere la strada… domani si riparte, destinazione Kazakhstan!

Un ringraziamento particolare a Stas!!!

Arrivati a Stalingrado! Volgograd… Волгоград

Gli ultimi giorni sono stati abbastanza movimentati, ma finalmente abbiamo raggiunto Volgograd in Russia, città che un tempo era conosciuta come Stalingrado!

Abbiamo viaggiato con una media di Km per giorno altissima, circa 900 Km al giorno con punte di 1050. L’unico rallentamento forzato lo abbiamo avuto in Ucraina dove le strade non possono essere chiamate con questo nome. Ci sono buche dove una Panda potrebbe essere risucchiata completamente.

La nostra disavventura è iniziata Giovedi notte al confine Ukraina/Russia. Passiamo senza problemi il valico Ukraino, e arrivati a quello russo veniamo accolti da gentilissime ragazze che parlano inglese (può sembrare scontato ma qui non lo conosce nessuno), ci fanno compilare un foglietto per l’immigrazione, dopo di che ci fanno entrare in dogana. Il primo passo è il controllo passaporti, dove tutto fila liscio, altra ragazza molto simpatica e carina, controlla i passaporti, timbra e ci dice sorridendo “welcome to Russia”. Via al prossimo step, il controllo auto! Il militare addetto dopo averci fatto attendere diverso tempo arriva e ci fa svuotare la macchina controllando tutto… ovviamente stava cercando qualcosa che gli potesse tornare utile. Dopo ben 3 ore, e dopo averci prelevato una bottiglia di rum anejo especial come “regalo” (rum is present eh?), ci fanno passare.

Vista la tarda ora, ci dirigiamo verso Volgograd con l’intenzione di fermarci al primo hotel. Ci addentriamo nella cittadina di Kamensk e chiediamo a qualcuno dove potere dormire, la gente è veramente cordiale ci accompagnano di persona in auto all’hotel, purtroppo non accettano carte di credito e noi avendo appena passato la frontiera non avevamo Rubli a portata di mano. Alla fine optiamo per una breve e scomoda dormita in machina.

Dopo questo sonno fugace e malsano ripartiamo, e poco dopo aver passato un monumento dedicato alla grande battaglia del 1942 in mezzo ai campi, avvistiamo l’auto del team tedesco “Beer Buddies” fuori da un café. Ci fermiamo e li salutiamo cordialmente, ma capiamo dai loro sguardi che qualcosa non va. Alla fine si fanno coraggio e vuotano il sacco. Hanno passato la frntiera qualche ora prima, e sono stati avvertiti che due auto italiane sono state fatte uscire senza un documento, e che non sarebbero potute passare attraverso il confine kazako. Non ci vuole molto a capire quali siano queste due auto, controlliamo le nostre carte ed effettivamente verifichiamo che mancano due timbri ed un bollino. Ci mettiamo il cuore in pace e ci prepariamo a tornare indietro verso Dones’k. Non facciamo a tempo a rimettere le ruote in strada, che subito un’auto della polizia ci raggiunge e ci ferma. Anche loro erano stati avvertiti dell’errore, in pratica eravamo ricercati in tutta la Russia meridionale.  Ci spiegano che non possiamo circolare senza quei documenti e ci rispediscono in frontiera, 200km indietro. Eravamo a soli 250km da Volgograd, in strada da 24 ore buone. Fortunatamente l’inconveniente è stato chiarito in poco tempo, e con i nostri documenti autenticati a dovere siamo ripartiti verso est. La traversata verso Volgograd è stata relativamente tranquilla, per la maggior parte su buone strade, fra campi di frumento e steppe incoltivate. Siamo arrivati in serata, alle 20.30 circa, oggi visiteremo la città. A presto.